Regia di Gabriele Vacis. Scenofonia e ambienti di Roberto Tarasco.
Con Davide Antenucci, Andrea Caiazzo, Eleonora Limongi, Pietro Maccabei, Lucia Raffaella Mariani, Eva Meskhi, Erica Nava, Enrica Rebaudo, Kyara Russo, Edoardo Roti, Lorenzo Tombesi, Gabriele Valchera.
Una produzione del Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale in collaborazione con PoEM Impresa Sociale.
Il primo spettacolo di questo trittico, “Antico Testamento”, prendeva il Pentateuco un po’ a pretesto. Ci interessava raccontare storie di oggi sugli antichi racconti biblici. Prendendo in mano i Vangeli ci siamo subito resi conto che è necessario, di questi tempi, semplicemente pronunciare le parole del Nuovo Testamento. In particolare il Vangelo di Giovanni che comincia così: "in principio era il logos". La parola "logos" è stata sempre tradotta con verbo, parola. Ma traduzioni recenti mantengono la parola greca originaria. Perché è intraducibile. "Logos" è parola incarnata, vuol dire, oltre a parola, discorso, pensiero, legge, fino a soffio. Poi, sempre Giovanni dice che se Mosè, la Torah, ha portato le leggi, Gesù ha portato la verità e la grazia. Abbiamo deciso che quello che volevamo era mettere nel corpo dei giovani attori di PoEM il logos dei Vangeli per capire che cosa sono, in questi tempi schiodati, la verità e la grazia. Nel mio lavoro la narrazione è sempre stata una delle tre componenti del teatro: rito, gioco e, appunto, narrazione. Perché queste tre componenti, quando hanno pari dignità, ci avvicinano alla verità e alla grazia. Quindi abbiamo costruito questo spettacolo provando a dare corpo alle parole. A generare azioni e immagini dal testo. In particolare, ovviamente, da Giovanni. Enzo Bianchi dice che bisognerebbe chiamarlo “Il quarto Vangelo” o “l’altro Vangelo”, perché non è sovrapponibile agli tre Vangeli, perché narra altre storie. Apparentemente, dice, è il meno narrativo. Perché narra direttamente Dio. Come?
Nella basilica di Sant’Antonio, a Padova, c’è la lingua del santo. Ma accanto alla lingua sono conservate le corde vocali e l’osso ioide: la tecnologia disponibile all’epoca. Anche di sant’Antonio da Padova si ricordano i discorsi che richiamavano folle immense. Le opinioni, le idee, hanno bisogno di tecnologia, perché devono essere propugnate ed ascoltate dalle folle. Perché servono a divulgare idee già consolidate oppure ad affermarne di nuove, ma già strutturate, elaborate in pensiero discorsivo. Le idee hanno bisogno di essere propagandate. Oggi la formazione dell’opinione pubblica è dominata dalla disputa oratoria, perché gli scritti devono essere sempre più sommari e veloci. Sui siti dei giornali, gli editoriali sono sempre più spesso in audio, letti dagli autori o da voci sintetiche. Ma la forma stessa del confronto di idee ha qualcosa di inadeguato in sé. Perché opinioni ed idee si ascoltano, poi ci vorrebbe tempo per sedimentarle, controllarle, passarle al vaglio di realtà vissute. Allora potrebbero essere confutate. Il confronto dialettico, il dibattito in cui i contendenti ribattono colpo su colpo rischia continuamente lo spettacolo. Non vince mai la verità, vince l’abilità nell’uso delle tecnologie, dall’apparato vocale all’intelligenza artificiale. Nel suo discorso sulla montagna Gesù non racconta parabole, le parabole sono narrazione. Nel discorso della montagna enuncia principi, slogan che possano imprimersi rapidamente nel cervello, ed essere ripetuti, per confermare un modello di convivenza sconosciuto fino a quel momento, ma pensato ed elaborato in precedenza. Il discorso dell’addio, nel Vangelo di Giovanni, non è rivolto alle folle, ma al gruppo dei discepoli. Quando si vuole cercare insieme il senso delle cose, non per confermare il conosciuto, ma per scoprire nuove realtà da condividere, quando c’è la necessità di dire veramente qualcosa che non è mai stato detto ci vuole la narrazione. Il discorso d’addio, nell’ultima cena, comincia con la più concreta delle azioni: Gesù lava i piedi agli apostoli. Di fronte a lui non ci sono folle, come sulla montagna, ci sono dodici corpi che hanno testa, mani, piedi. Pietro prova a rifiutare quel gesto così umile e intimo, ma Gesù gli risponde: "Se non ti laverò, non avrai parte con me". Per comprendere veramente il consiglio che porta il narratore, bisogna essere fisicamente disponibili. Allora può iniziare la narrazione: "Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sede; e di nuovo e disse loro: Capite quello che ho fatto per voi?" E comincia, non a spiegarlo, ma a narrarlo. E ad un certo punto spiega anche la disposizione di chi narra: "la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato". Carmelo Bene, spiegando la sua presenza in scena, diceva: io non parlo, io sono parlato. Alla fine del suo addio, Gesù dichiara la natura narrativa del discorso: "queste cose vi comunico in parabole, ma viene un’ora in cui non vi parlerò più in parabole. Ma vi annunzierò apertamente il Padre". Perché la narrazione è uno strumento che predispone, che apre le porte al sacro. Jerzy Grotowski, grande regista polacco, distingueva l’arte come presentazione e l’arte come veicolo. Il dibattito pubblico, l’esposizione, il confronto e lo scontro di idee e opinioni, sono presentazione, parole e gesti da esporre al pubblico, che se eseguiti con maestria, sono spettacoli che stanno nel qui ed ora. Qualunque diaframma tecnologico posto tra chi parla e chi ascolta spezza la presenza. Muta il rapporto. Se chi parla sta in un altro spazio e in un altro tempo, non può vedere chi lo guarda ed ascoltare chi lo ascolta. È un forte ostacolo alla narrazione. Il narratore ha bisogno di vedere chi lo guarda e di ascoltare chi lo ascolta: "Se non ti laverò, non avrai parte con me". Avere parte con l’altro è il primo passo verso l’arte come veicolo. Veicolo verso chi? Verso cosa? Prima di tutto verso l’altro, poi, insieme, verso elevazioni spirituali che i credenti chiamano Dio, i non credenti qualcosa come appartenenza all’universo. "Time is money", è l’antico proverbio anglosassone che in italiano fa il tempo è denaro. Qualcuno attribuisce la frase a sir Francis Bacon, altri a Benjamin Franklin, sicuramente nasce all’alba del capitalismo e ne mette a fuoco la filosofia. Ma, volendo, radici molto più antiche dell’idea che il tempo è denaro, si possono trovare nel Vangelo di Matteo. Parabola dei talenti: un ricco commerciante parte per un viaggio e affida a tre dei suoi servitori del denaro, raccomandando loro di farlo fruttare. Dopo molto tempo, al suo ritorno, due dei servitori hanno investito il denaro raddoppiandone il valore, quindi vengono lautamente ricompensati. Il terzo l’ha nascosto per paura di perderlo, quindi restituisce la stessa somma che ha ricevuto. Non ha fatto fruttare il tempo, quindi viene duramente punito: "Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti". La stessa parabola si trova anche nel Vangelo di Luca, ed è sempre servita a giustificare l’accumulo sconsiderato di ricchezza dei potenti, anche a danno degli ultimi, dei poveri di spirito. Ha sempre fatto da paravento alla mortificazione degli umili. È la chiave di volta che regge la teologia della prosperità, quella che riunisce presidente e ricconi nello studio ovale della Casa Bianca ad adorare il più potente come dio. La teologia della prosperità, corrente neo-pentecostale evangelica, crede nella fede come portatrice di ricchezza materiale. Se sei ricco, fortunato e in buona salute vai in paradiso, se sei povero, sfigato e malato è colpa tua e vai all’inferno. Anche in questo caso i suprematismi del nostro tempo si impadroniscono di una storia, in questo caso una parabola evangelica e la leggono fino ad un certo punto: si prendono quello che serve a costruire una verità a loro uso e consumo. La parabola del giudizio finale, che segue la parabola dei talenti nel Vangelo di Matteo, promette il regno dei cieli a quelli che avranno dato da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, a quelli che avranno ospitato i forestieri, vestito gli ignudi, che si sono presi cura dei malati e dei carcerati. Il padrone della parabola dei talenti, per cui il tempo è denaro, probabilmente non sarebbe ammesso a questo tempo della misericordia. Si tratta di rovesciare lo sguardo, di spostarlo dall’osservazione solipsistica di sé stessi al volto dell’altro. La narrazione è uno strumento indispensabile per aprire lo sguardo. E anche per rovesciarlo. Uno sguardo che percepisce la bellezza proprio in ciò che svanisce. "E il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro all’imbrunire".
Note di Gabriele Vacis
Mettere in scena un testo sacro è il tentativo di dare consistenza all’invisibile e instaurare un dialogo con il divino che ci preesiste. Accantonato dalla società che abitiamo, il divino si ripresenta in forme sempre nuove e si impone. Riconoscerlo, porlo al centro dello spazio scenico, significa anzitutto rivendicarne la vita, il fermento. Se è vero, come sosteneva Tarkovskij, che l’arte è la più intensa forma di preghiera che ci è rimasta, e che creare ci ricorda di essere stati creati a nostra volta, accomunandoci e al contempo subordinandoci a Dio, costruire uno spettacolo sul sacro è di per sé un gesto religioso. Quanto di più vicino al rito, per una generazione che il rito – oggetto misterioso – l’ha sfiorato appena. Al di là di ogni confessione, di ogni culto, e in opposizione a bigottismi e strumentalizzazioni di ogni sorta, mettere in scena i vangeli risponde all’urgenza di illuminare parole antiche per scoprirle vicine, nostre, perché possano a loro volta illuminare e non ottundere, nel tempo caotico in cui ci è capitato di venire al mondo. Parafrasando Pasolini, è affiancare all’esercizio critico della ragione, che da sola si dimostra insufficiente, uno sguardo sacrale sulle cose – uno sguardo che le ravvivi e ne resusciti il senso, perché il mondo si presenti agli occhi di chi lo guarda come un fatto miracoloso, prima che naturale.
La comunità cui diamo il nome di Giovanni era mossa da esigenze in parte sovrapponibili alle nostre quando scriveva, integrava, completava per sedimentazioni successive il suo Vangelo, le cui parole guidano lo spettacolo. E infatti il Vangelo secondo Giovanni, in genere considerato il più teologico e il meno narrativo dei quattro, si rivela, a una lettura attenta, la narrazione per eccellenza. Non un trattato di filosofia, ma una storia il cui protagonista è Dio. Perché le storie contengono il fiato di chi le narra. Altrimenti, si limitano a essere resoconti. E gli autori che chiamiamo Giovanni ne sono consapevoli. Non ci raccontano di miracoli, ma di segni, che selezionano con cura ignorandone altri, affinché non siano sterili meraviglie ma rimandino a un livello ulteriore di conoscenza e rischiarino la predicazione di Gesù, che in Giovanni si fa parabola di Dio. L’invisibile, l’inconoscibile, diventa Padre. Il Logos si fa carne e cammina tra gli uomini. Respira, predica, agisce. Si mostra, quando l’intervento sul reale è necessario, e si nasconde, quando in seguito alla moltiplicazione dei pani la folla vuole farlo re.
Il rifiuto del potere, che in Gesù è fuga da chi lo fraintende, ci invita a riconsiderare le modalità con cui cerchiamo di plasmare il reale, a valutare altre vie, altri strumenti. Il potere politico è il grande assente del Vangelo secondo Giovanni e, proprio in virtù della sua assenza, ne occupa segretamente il centro. Esiste un modo diverso di coinvolgere e chiamare a sé, un’alternativa all’esercizio muscolare del potere.
Vangeli interpella soprattutto il corpo, perché gli attori in scena siano Logos, parola incarnata, e grazia. La grazia afferra, trasforma, corrobora. Si presenta come stato fugace, condizione instabile e preziosa, da preservare, che arriva senza preavviso, ma necessita di essere suscitata, prima, e poi accolta. È disposizione all’accoglimento del trascendente, la stessa che vibra nella mano di Paolo quando, dopo la caduta da cavallo, si solleva in cerca di quella di Dio – e la seconda ha bisogno del richiamo della prima, per discendere e afferrarla. È proprio questa disposizione del corpo e dello spirito a legare la grazia paolina – dono offerto da Dio attraverso il sacrificio di Cristo, che libera l’uomo dal peccato ed è pertanto irrevocabile – con la grazia intesa come stato fisico e transitorio, quella che Vangeli cerca di portare in scena. Entrambe hanno bisogno di uno spazio da riempire, di un corpo del quale appropriarsi. Bisogna fare il vuoto dentro di sé per conoscerle. Ma, nel rumoroso presente, è ancora possibile costruirsi il vuoto dentro, fare spazio, e mettersi in ascolto del sacro? Dove abitano, oggi, grazia e verità?
Note di Riccardo Zaffino
Pasolini nel 74 diceva che i giovani di quell’epoca avevano ideali edonisti. Non è diverso da “i giovani non hanno voglia di fare niente” che ci rifilate oggi. Bella roba! Forse nel 74 avevate delle ragioni: l’austerity, il consumismo, l’omologazione… Oggi abbiamo il clima, l’autoritarismo, gli algoritmi, solo che oggi è tutto un gioco, lo schiaffo del soldato. Quando ti giri nessuno è colpevole ma tu la botta l’hai ricevuta uguale. Pasolini si rivolgeva a voi, la generazione del 68, del 77. Le grandi rivoluzioni sui diritti conquistati in quegli anni le avete viste voi. Noi possiamo studiarle sui libri perché non ce le raccontate neanche. Voi siete la generazione che ha lasciato che la televisione berlusconiana vincesse sul movimento di liberazione della donna, che portasse via tutto. Ci toglieranno i consultori, li toglieranno ai vostri figli e ai figli dei vostri figli. Potevate pensarci prima di farli o non farli, edonisti! È di questo che parliamo tra di noi: non fare figli é uno dei 4 NO del 4Bmovement, un movimento nato in Sud Corea: neofemminista, radicale, separatista, che vuole rompere le dinamiche patriarcali. Gli altri sono: no agli appuntamenti romantici, no al sesso, no al matrimonio. E ci sono altri no promossi dalla Satori Generation: no al successo lavorativo, no alle aspirazioni. Non crediamo a nessuno dei vostri valori. Avete due possibilità: mollare la presa e affidarvi a noi, alle generazioni che stanno arrivando o continuare a stringere la morsa dentro cui siete rimasti intrappolati. Vi aveva già ammoniti Pasolini cinquant’anni fa.
Note di Eva Meskhi
L’8 aprile debutta Vangeli.
Smontare, fare a pezzi, reinterpretare le tragedie è stato naturale. Qualcuno avrà comunque storto il naso e avrà lasciato il teatro sputando per terra: “questo non è Eschilo”. A me poco importa, ad Eschilo ancora meno. Antico Testamento l’abbiamo riscritto da capo ed è diventato una storia nostra, il timore di Dio l’abbiamo chiamato calo della natalità o suicidio. Mentre questo spettacolo, Vangeli, proprio non so cos’è. Le parole che abbiamo scelto, tra Giovanni e Matteo, non so cosa sono. Cosa vogliano dire. I nostri cimiteri sono pieni di croci, le nostre città sono piene di chiese. I nostri testi di arte dalle elementari a Brera sono farciti di immagini che raffigurano il Cristo in ogni veste, dalla nascita alla morte e oltre. Crocefisso nelle scuole oppure no? L’ora di religione? Vangelo della prosperità? Ma che roba è?
Sono così abituato a quel corpo appeso che per me non significa niente se non una bella storia. Sono così esausto dalle ripetizioni, dai su e giù dalla panca, dagli andirivieni per l’ostia che ad ogni “dal Vangelo secondo Marco”, mi si chiudono le orecchie. È stato così tanto cantato, discusso, imbrattato che ogni operazione mi pare superflua, aggiunge acqua ad un bicchiere già colmo: è ancora possibile orientarsi? È davvero credibile che dodici ragazze e ragazzi che non hanno trent’anni possano rendere corpo parole tanto piene da sembrarmi vuote, ridicole, scontate? L’unica possibilità che vedo è farne un Fontana, non averne pietà e tagliarle dal basso in alto e magari scoprire che quel corpo è ancora caldo e sanguina, perché la verità è che, come razza umana, non abbiamo imparato niente. Ma Don Luigi Ciotti ha ribadito più volte che Cristo non sta “lassù”, sta nei corpi di chi ci circonda: da Eleonora, Erica, Eva, Enrica, Kyara, Lucia Raffaella, Pietro, Davide, Edoardo, Gabriele, Andrea, Gabriele, Roberto, Riccardo, ogni giorno imparo qualcosa che ha a che fare con la grazia.
Note di Lorenzo Tombesi